Poliglotti in viaggio

Piccolo dizionario veneziano

Ho sempre pensato che non si possa comprendere pienamente una cultura senza averne imparato la lingua; che non si possa apprezzarla senza conoscerne le frasi idiomatiche, i modi di dire e le parlate dialettali.

Cosa sarebbero i britannici senza il loro accento così peculiare che li distingue dagli statunitensi? Cosa sarebbe un andaluso che pronuncia la S, invece di sopprimerla come ogni sevillano che si rispetti? Oppure avete mai provato ad immaginare una napoletano parlare l’italiano standard? No, perché perderebbe gran parte del proprio essere e della propria unicità. Proprio per questo, avvicinarsi all’idioma del posto permette di capire in maniera più approfondita  i suoi abitanti e il loro modo di affrontare la vita.

L’Italia è piena di dialetti e contarli e studiarli tutti sarebbe un lavoraccio (che mi entusiasmerebbe non poco). Ogni 30km, spesso anche meno, cambia la maniera in cui parliamo e in cui chiamiamo le cose. Ogni 30km nasce una piccola sottocultura, di cui non potremmo mai conoscere tutti i segreti, anche se viaggiando possiamo avvicinarci alla verità.

Il veneziano (così come altri dialetti veneti) ha subito numerose influenze, non solo dalle lingue neo-romanze come il francese, lo spagnolo e il catalano, ma anche dal tedesco (come la parola Spritz, ma questa è una storia che vi racconterò un’altra volta).

Venezia e il veneziano, però, hanno una storia un po’ particolare, così come la città in sé che si è sempre voluta distinguere dalle altre. Mi piace pensare a Venezia come una piccola Narnia, dove l’armadio sono le porte della stazione che ti permettono di entrare in un mondo nuovo in cui persino le strade prendono un nome diverso.

Ecco alcune parole che rendono Venezia ancora più speciale e diversa, anche per una è nata a soli 34km di distanza:

  • Calle: Mentre nel resto d’Italia le strade vengono chiamate Via, viale o vicolo, a Venezia troviamo la Calle, le calli al plurale. Com’è noto, la parola viene usata anche nella lingua spagnola, ma l’origine è latina (callis) e veniva utilizzata per denominare piccole strade o vialetti.
Calle Caletta, Burano
Calle Caletta, Burano
  • Salizada: La parola in questione non ha una vera e propria traduzione in italiano – anche se viale si avvicina molto – essendo una strada più estesa ed importante delle altre. Ma possiamo veramente chiamare viale una strada veneziana, date le sue ristrette dimensioni? Quasi impensabile. Ancora una volta, Venezia si distingue ancora dal resto d’Italia inventandosi un nome tutto suo: salizada. La salizada è, letteralmente, strada fatta di selciato, materiale anticamente ricco, rispetto alla pavimentazione fatta a spina di pesce coi mattoni.
  • Campiello: Il campiello non è solamente un premio letterario italiano, a Venezia è anche il nome di un altro angolo magico e diverso dal resto del mondo. Il campiello si distingue da una semplice piazzetta: è uno spiazzo quadrato circondato da edifici; è un luogo dove ti incontreresti con gli amici se avessi 12 anni o dove potresti avere un appuntamento romantico qualche anno più tardi. La struttura urbanistica del campiello si può trovare anche in altre città europee, come nel magico barrio gotico di Barcellona.
  • Campo: In parole semplici, il campo è un campiello che è diventato grande ed ha fatto carriera. Il campo è quella che in italiano viene più semplicemente chiamata piazza. La parola in questione è stata usata per molto tempo nell’antichità, per poi scomparire e ad apparire sotto il nome di piazza pressoché ovunque. Vi è luogo in Italia che racchiude entrambe le parole ed è Piazza del Campo a Siena. Lì avremmo la fortuna di trovarci tra l’antichità della parola Campo e la modernità della parola Piazza nel giro di qualche metro.
  • Sestriere: La parola sestriere è di facile traduzione, poiché in italiano standard viene semplicemente chiamato quartiere. Nell’antichità, la denominazione di sestriere veniva  usata anche in altre città, usanza che si è poi persa col passare del tempo. Sappiamo, però, che a Venezia piace preservarsi così com’era, per mantenere quell’aurea d’antichità che la distingue dalle altre. 
  • Sotoportego: Era piuttosto indecisa se aggiungere questa parola o meno, in quanto non è una parola prettamente veneziana, ma piuttosto generalmente veneta. Ho voluto aggiungerla soprattutto per quei lettori meridionali o non italiani, in quanto i portici hanno avuto e continuano ad avere un ruolo importante nella vita delle città settentrionali. Il sotoportego – sotto-portico in italiano standard – è lo spazio situato al di sotto di un portico e quindi di un’arcata; questo può essere di lunghezza variabile e percorrere intere città. L’architettura venne sviluppata già all’epoca dei Comuni e successivamente in epoca rinascimentale. Tantissime città del centro-nord italiano cominciarono a costruire chilometri di portici che percorressero la città all’interno delle mura. Gli scopi di queste costruzioni erano tantissimi, incluso quello di proteggersi sia dal sole che dalla pioggia. I sotoporteghi a Venezia non raggiungono certamente i chilometri dei portici Bolognesi o Padovani, ma contribuiscono alla vita dei veneziani, poiché li aiutano a spostarsi da una Calle all’altra, in modo da evitare le grosse orde di turisti.

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